COLLI EUGANEI

 

Una gita da effettuare con partenza da Bologna, anche in giornata, che consiglio è quello per visitare i Colli Euganei.

Naturalmente per gli appassionati di Trekking questo è un luogo dove soggiornare almeno 4/5 giorni.

Si trovano in provincia di Padova e si raggiungono comodamente uscendo all'uscita autostradale di Monselice(PD) sulla A13 Bologna - Padova.

Tutti i paesi meritano una visita, ma in particolar modo consiglio Monselice - Battaglia Terme - Arquà Petrarca.

I "Colle Euganei" sono un'insieme di colline del Veneto meridionale, che sorge isolato, in provincia di Padova. Il cosiddetto "distretto vulcanico euganeo" è costituito da una serie di rilievi tondeggianti di modesta elevazione (massima cima il monte Venda, 603 m) di formazione sedimentaria, ma estesamente interessata da iniezioni vulcaniche (trachiti e basalti). I colli Euganei sono perciò ricchi di sorgenti minerali e termali, con varie stazioni di cura e soggiorno di larga fama, che alimentano un fiorente turismo (Abano Terme, Montegrotto Terme ecc.).

L'altitudine che si raggiunge non è molto elevata ma la visuale dall'alto è stupenda!!! Esistono vari SENTIERI per gli appassionati di Trekking !!!!

Da annotare che i prodotti tipici della zona sono: VINO - OLIO - MIELE - PICCOLI FRUTTI

Ma andiamo per ordine, la prima cittadina che si incontra e che sicuramente è da visitare è

MONSELICE

CENNI STORICI

Abitata fin dall’ età del bronzo, l’antica Mons Silicis è conquistata nel Vll secolo dai Longobardi, come narra Paolo Diacono. Nel XII secolo diviene libero comune e in seguito viene occupata da Ezzelino da Romano, luogotenente dell’Imperatore Federico II di Svevia. Nel secolo XIV la città è oggetto di contesa tra le politiche espansionistiche di Cangrande Della Scala e dei Carraresi e assume un aspetto militare di cui conserva segni consistenti, tanto da essere oggi inserita nel novero delle Città Murate del Veneto. Nel 1405 Monselice entra a far parte del territorio della Repubblica di Venezia, e diventa centro di soggiorno o di residenza per famiglie patrizie come i Marcello, i Duodo, i Nani e i Pisani. Nel ‘400 e ‘500 la struttura medievale della città si arricchisce di elementi rinascimentali. Un lungo canale, il Bisatto, forma un anello completo di vie d'acqua intorno ai Colli Euganei. Nel ‘600 il centro si abbellisce di componenti barocche, le cui decorazioni sono in trachite, pietra locale, estratta dalle cave in parecchi punti del colle. L'attività di estrazione ha il suo massimo sviluppo nel '700, come anche la lavorazione dell’ oro in cordoncini intrecciati in fili sottilissimi (il famoso Manin d'oro). L’ 800 è un secolo di notevole sviluppo industriale testimoniato, tra l’altro, dall’ apertura di una importante filanda di seta. Nel ‘900 e in particolare nel secondo dopoguerra la città diventa il centro del commercio per l’ intero territorio della Bassa Padovana, grazie alla felice collocazione geografica, al centro di importanti snodi stradali e ferroviari. Monselice è situata nella provincia di Padova a 22 Km dal capoluogo, sul versante meridionale dei Colli Euganei e si caratterizza per la produzione di cereali, ortaggi, uva da vino (Merlot e Friularo). Notevoli sono le industrie conserviere, elettromeccaniche, del cemento, del mobile, del peluche e del giocattolo.

DA VISITARE:

Palazzo e Loggetta del Monte di Pietà
Edificio di impianto quattrocentesco, ospitava in epoca veneziana il Monte di Pietà. Nel '600 venne aggiunta la Loggia, con colonne di ordine dorico e un'articolata scalinata a balaustre. Oggi è sede dell' Ufficio Accoglienza Turistica e della Biblioteca.

Chiesa di San Paolo e Cripta di S.Francesco
L'edificio sorge sui resti di una antica chiesa altomedioevale. Nella cripta paleocristiana si conservarono le reliquie di San Sabino, patrono della città, e un prezioso affresco raffigurante San Francesco d'Assisi, la più antica immagine del santo esistente nel Veneto. La chiesa è destinata a Museo e archivio storico

 Il Castello
Il Castello risulta dalla fusione di quattro nuclei principali edificati a partire dall' Alto Medioevo. Fu successivamente ristrutturato da Ezzelino da Romano e ampliato dai Carraresi, di cui rimane a testimonianza il celebre camino. Con la conquista veneziana il Castello fu acquistato dalla famiglia patrizia dei Marcello, che ne completò la trasformazione in residenza. In epoca contemporanea fu riportato al suo passato splendore dal conte Cini, che lo arricchì con preziose collezioni di mobili, armi e suppellettili antiche. Recentemente è stato allestito l' Antiquarium Longobardo che raccoglie le numerose testimonianze rinvenute sul colle della Rocca, tra cui una preziosa crocetta d'oro.

 Ca' Nani Mocenigo
Sontuoso edificio tardo rinascimentale costruito tra la fine del '500 e gli inizi del '600. Di notevole interesse la scenografica scalinata ornata da statue che collega i vari piani dei terrazzamenti del giardino. Sul muro di cinta figurano dei nani, allegoriche statue in pietra con chiara allusione al nome della famiglia patrizia veneziana che edificò Ca' Nani. Di fronte il leggiadro edificio delle ex scuderie.

 Antica Pieve di Santa Giustina
E' il monumento religioso più rappresentativo della città, costruito nel 1256 in stile tardo romanico, con elementi decorativi gotici. La facciata è decorata da eleganti bifore e da un rosone centrale. Sopra l' ingresso, protetto da un pronao quattrocentesco, l'ammirevole scultura bassorilievo in pietra raffigurante l'Agnus Dei, di epoca medioevale. All'interno si trovano tele, resti di affreschi e copia della "Madonna dell' Umiltà" risalente al XIV secolo, oltre ad un polittico quattrocentesco con Santa Giustina e Santi di scuola veneziana e 4 bassorilievi marmorei seicenteschi attribuiti a Giovanni Marchiori.

 Porta Romana
L' arco d' ingresso all' area sacra del Santuario Giubilare delle Sette Chiese, costruito nel 1651, è denominato "Porta Romana", o "Porta Santa". L'iscrizione Romanis basilicis pares ricorda il collegamento con il pellegrinaggio alle basiliche romane.

Santuario Giubilare delle Sette Chiese
Ideato e costruito da Vincenzo Scamozzi su commissione dei nobili veneziani Duodo tra il 1605 e il 1615. In quello stesso periodo i Duodo fecero costruire sei cappelle, lungo il pendio del colle, ottenendo da papa Paolo V la concessione delle stesse indulgenze accordate ai pellegrini che si recavano in pellegrinaggio alle sette basiliche maggiori in Roma. Le sei cappelle ospitano cinque pregevoli pale di Jacopo Palma il Giovane mentre in quella cointitolata ai santi Pietro e Paolo, vi è una pala attribuita al pittore bavarese Giovanni Carlo Loth.

Esedra di San Francesco Saverio
Scenografica scalinata seicentesca. Sulla sommità una cappellina ricorda il soggiorno monselicense di san Francesco Saverio nel 1537.

Chiesa di San Giorgio
Il santuario di San Giorgio, detto dei Santi, è il punto d' arrivo della via sacra. Nel 1651 vennero traslati da Roma i corpi di tre martiri e numerose reliquie. L' interno, affrescato da Tommaso Sandrini, è abbellito anche da un pregevolissimo paliotto d' altare in intarsio marmoreo e pietre dure uscito dalla maestria della bottega dei Corberelli. La chiesa è meta di migliaia di visitatori e devoti per la festa di San Valentino che si celebra il 14 febbraio durante la quale un sacerdote impartisce la benedizione ai bambini e adulti e consegna loro una "chiavetta d'oro".

Villa Duodo
L'edificio fu costruito in due momenti diversi: il corpo laterale sulla destra è opera di Vincenzo Scamozzi all'inizio del '600. La parte frontale, aggiunta nel 1740 su progetto di Andrea Tirali, è decorata da bassorilievi, e chiude lo spazio sulla pianura con una grande ala ad angolo retto.

Mastio Federiciano
In cima al colle sono conservati i resti dell'imponente mastio, il Torrione, voluto dall'imperatore Federico II di Svevia nella prima metà del XIII secolo. A base troncopiramidale, la struttura difensiva era organizzata su più livelli.

Chiesa di Santo Stefano
Innalzata dai Domenicani e intitolata al protomartire Stefano, risale certamente ai secoli XIII e XIV, con strutture e forme romaniche.

Chiesa di San Tommaso
Di origine antica, la chiesa già citata in un documento del X secolo, esercitò nel Medioevo la sua funzione di cappella della corte di Petriolo che si estendeva verso est, dalle propaggini meridionali del colle fino al Monte Ricco. All' interno consistenti brani di affreschi tardo duecenteschi attribuiti al frescante maestro detto del Gradaro.

Chiesa di San Martino
Sorto nel 1162 come ospedale per il ricovero di poveri e pellegrini, venne trasformato nel secolo successivo in monastero benedettino. Dopo un periodo di prosperità, conobbe un lento degrado e venne affidato ai canonici di San Giorgio in Alga. Dal 1677 è sede di una comunità francescana dei Frati Minori. All' interno della chiesa, dedicata a San Giacomo Maggiore, è conservato un pregevole ciclo pittorico del fiammingo Michele Desubleo, opere di Jacopo Palma il Giovane e di Gianbattista Maganza. Nell'anno del Giubileo 2000, riprendendo l'antico ruolo di ospizio dei pellegrini Jacopei, una parte del convento è adibita ad ostello.

Villa Pisani
La villa, di impianto palladiano, fu commissionata da Francesco Pisani nel XVI secolo. Conserva al suo interno pregevoli affreschi attribuiti allo Zelotti. L'edificio, utilizzato come sede di manifestazioni culturali, ospita il lapidario romano monselicense.

Villa Contarini
Costruita lungo il canale Bisatto, la villa è citata nei documenti già nel 1581. L' interno decorato con pregevoli stucchi settecenteschi, rispecchia il tipico impianto delle ville venete. Conserva antichi e notevoli lampadari di vetro policromo di Murano.

 

La seconda cittadina dove consiglio una visita è

Battaglia Terme

La Storia

IL TERRITORIO

Chi percorre la strada statale n.16, Padova-Monselice, attraversa un paese, Battaglia Terme, il cui aspetto non può non sorprendere, soprattutto a paragone con altri centri vicini. Delimitato a nord e a sud da due sontuose dimore principesche - il Catajo e la villa Selvatico-Sartori,

Il CatajoVilla Selvatico–Sartori

Adagiato tra i Colli ad ovest e da un intreccio di canali che portano al mare ad est, si stende lungo le rive di un corso d’acqua che sottopassa la strada, precipita rombante in un altro e, a poche centinaia di metri, viene imbrigliato in una profonda Conca.

Un ponte pedonale ricorda addirittura Venezia. Il paese sembra generato dell’acqua. Tutto a Battaglia è collegato e in relazione con l’acqua, a cominciare dal nome il cui significato - luogo dei bagni - ricorda l’antica grotta termale naturale del Colle di S. Elena, nota già in epoca longobarda.

Canale della Battaglia e Via Terme

LA STORIA

I primi documenti attendibili sulle origini di Battaglia risalgano all’inizio del XIII secolo, in concomitanza con lo scavo del canale operato dal Comune di Padova tra il 1189 e il 1201. In breve tempo il piccolo borgo, da termale e agricolo, si trasforma in un centro industriale e commerciale. L’energia necessaria per il funzionamento dei mulini, della segheria, dei magli e dei folli della cartiera è fornita dal forte dislivello - sette metri - esistente tra il canale di nuova costruzione e il Vigenzone, dislivello sapientemente regolato da un congegno idraulico detto Arco di Mezzo che, costruito dal Comune padovano e rifatto più volte dai Carraresi e dalla Serenissima, viene completamente ricostruito nel 1830. Parallelamente all’intensa attività industriale, si sviluppa un’altrettanto intensa attività commerciale su barche, i celebri burchi, soprattutto lungo il canale della Battaglia, verso Padova e Monselice, ma anche lungo il Vigenzone che, come è noto, dopo Bovolenta e Pontelongo, prosegue fino all’Adriatico. Per secoli, Battaglia con il suo porto si può dire che sia un continuo mercato per il concorso delli navigli, barche di Padova, Este, Chioggia, Ferrara e d’altri luoghi, che per diversi canali qui vengono a caricare farine, risi, scaglia per la calce e altre mercantie. Le vicende relative alle acque termali rivestono pur esse un ruolo rilevante. Sul finire del secolo XVIII, Pietro Estense Selvatico diventa il vero artefice del periodo più splendido delle terme battagliensi. Viene costruito un lussuoso e confortevole stabilimento che ospita subito personaggi illustri e consolida definitivamente la tradizione termale di Battaglia. Sthendal definisce deliziosi i bagni di Battaglia. Nel 1936, demolito il vecchio edificio, si inaugura lo Stabilimento I.N.P.S. “Pietro d’Abano. Contemporaneamente a quanto sopra, la segheria e l’officina del maglio, nei primi anni del secolo XX, si trasformano nelle Officine Rinaldi. La crescita della fabbrica è talmente impetuosa che le officine diventano in breve tempo la maggiore industria locale. La fabbrica si amplia, diventa Officine di Battaglia, si fonde con le Officine Galileo di Firenze, diventa Officine Elettromeccaniche Galileo di Battaglia Terme e poi Magrini-Galileo. Con oltre un migliaio di operai, tecnici e impiegati diventa quasi il simbolo di Battaglia. Attualmente, appannatesi le tradizionali attività industriali, riscoperta la propria specificità geografica, storica e culturale, Battaglia si rilancia sul piano turistico come “porta” del Parco dei Colli Euganei, rivalutando il considerevole patrimonio di bellezze naturali e storico artistiche che possiede, molte delle quali davvero uniche.

Il Catajo

Con questo nome, apparentemente esotico, si identifica quell’imponente e maestoso castello che sorge alle pendici del Montenuovo, il piccolo rilievo che completa ad est l’arco collinare del monte Ceva che i battagliensi, per la sua forma, chiamano Ferro di cavallo. La complessità e la magnificenza dell’edificio - trecentocinquanta stanze, corridoi, scalinate, giardini, parchi, fontane, animali -, suggestionano la fantasia che collega il castello al favoloso Cataj di Marco Polo, ma il nome deriva dal più umile ca’ tajo ( tajare = attraversare, passare). Già nella prima metà del secolo XVI esiste in questo luogo una casetta in muratura, proprietà del nobile padovano Gasparo degli Obizzi , casa che nell’arco di qualche decennio si trasforma in palatium. Ma è con Pio Enea I degli Obizzi che avviene il grande mutamento. Costui, forte dei proventi ricavati dall’attività militare al servizio della Repubblica veneta – si ricorda, per inciso, che gli si attribuisce l’ invenzione dell’ obice - e della dote di diciottomila ducati della moglie Eleonora Martinengo, affascinato dalla bellezza, ma anche convinto della posizione strategica del luogo che permette di controllare il Rialto e il canale di Battaglia, decide nel 1570 di ristrutturare completamente il vecchio edificio. Quest’ultimo, in soli tre anni, viene trasformato in un corpo d’ingresso e collegato, con una terrazza, alle altre terrazze che circondano la nuova fabbrica, in modo da comporre un blocco severo, merlato e medioevaleggiante, senza riscontri con altre architetture contemporanee padovane e venete. Nello stesso arco di tempio Enea I costruisce la scuderia, la peschiera con il giardino, la strada di collegamento alla via pubblica, oltre il ponte levatoio sul Rialto, e lo scalone per accedere a cavallo fin sulle terrazze. E’ probabile che, prima di morire nel 1589, abbia dato inizio a quella raccolta di armi e opere d’arte che, ampliate dai successori, formeranno un vero e proprio Museo.Il nipote Pio Enea II nasce nel castello sul finire del secolo XVI, sposa Lucrezia Dondi dell’Orologio nel 1629 e apporta alla dimora avita numerosi ampliamenti, durati circa un ventennio. Amplia i giardini e il parco, dipinge con finte architetture a nicchie, in cui trovano posto figure di giganti, le pareti del cortile, completa l’affrescatura celebrativa esterna. Ristruttura le scuderie inserendovi un piccolo teatro e allestisce al piano superiore una ricca armeria al centro della quale sta l’obice, l’invenzione del nonno.Con la morte di Enea II inizia per il castello un lungo periodo di stasi. Solo alla fine del Settecento Tommaso degli Obizzi riesce a rinverdire i fasti della famiglia potenziando le collezioni di armi, di strumenti musicali, di monete e di reperti archeologici, impreziosendo l’arco d’ ingresso e costruendo un nuovo edificio per il museo, una sorta di lunga galleria di oltre settanta metri di lunghezza per sei di larghezza. Morto Tommaso nel 1805, il castello diventa, dopo alterne vicende, proprietà di Francesco IV duca di Modena il quale, per ospitare la sua corte, costruisce a nord il castello nuovo riprendendo lo stile delle architetture di Pio Enea I. Proprietà del duca Francesco V e quindi di Francesco Ferdinando, principe ereditario dell’impero asburgico, il complesso diventa, dopo l’assassinio a Sarajevo di quest’ultimo, proprietà imperiale di Carlo I d’Asburgo. In seguito alla sconfitta degli Asburgo nella I guerra mondiale, il regno d’Italia requisisce il castello che viene venduto alla famiglia Dalla Francesca che ne è tuttora proprietaria. Purtroppo il castello è stato progressivamente spogliato, prima dai duchi di Modena e poi da Francesco Ferdinando Asburgo, di tutte i tesori interni che gli Obizzi avevano collezionato. La raccolta di monete si trova ora nel Museo Estense di Modena, gli strumenti musicali sono a Vienna e l’eccezionale raccolta di armi – oltre duemila pezzi – si trova nel Castello di Konopiste, a qualche decina di chilometri da Praga. Fortunatamente sono rimasti intatti gli affreschi dei saloni del piano nobile. Si tratta di un ciclo di quaranta riquadri, ordinati secondo una progressione cronologica, che celebrano la storia della famiglia degli Obizzi, affrescati nella seconda metà del secolo XVI da Giovanni Battista Zelotti (1526-1578), celebre allievo di Paolo Veronese e noto affrescatore di ville e di chiese, tra cui l’Abbazia di Praglia. Tra i dipinti più famosi eccelle il riquadro che raffigura Papa Innocenzo IV che benedice le nozze di Caterina Fieschi con Luigi degli Obizzi. Interessanti sono pure la Fontana dell’elefante, di sapore orientaleggiante, situata all’ingresso, il Cortile dei giganti, l’Oratorio di San Michele e il busto della vecchia Gabrina, all’inizio della scala d’accesso al piano nobile, che, “ benchè sorda, stralunata e zoppa si trastullò in amor finchè fu viva”. Meritevoli di attenzione sono ancora il parco con le sue piante ultrasecolari di sequoia e di magnolia tra le prime importate dall’America e la peschiera. La riserva dei daini, completamente recintata da un alto muro, occupa interamente il Montenuvo ed ha un’estensione di circa 40 ettari. Da alcuni anni il Catajo non solo è splendida cornice di importanti convegni e di concerti di prestigio, ma è aperto al pubblico secondo le modalità e gli orari esposti al cancello d’ingresso.

 La Chiesa di San Giacomo

Sulla facciata della Chiesa di San Giacomo, prospiciente la statale n.16 che fiancheggia la sponda orientale del canale, è tutt’ora visibile una grande lapide risalente al 1332, scritta in gotico maiuscolo, nella quale si fa riferimento agli uomini che furono i promotori della fondazione della chiesa: la nobile famiglia Zacchi, il giudice Pietro da Campagnola e Gualpertino Mussato, fratello del più celebre Albertino. La costruzione avviene soprattutto per volontà e con i beni di Giacomo Zacchi il quale, probabilmente, condiziona l’ intitolazione del tempio a San Giacomo apostolo. La nuova chiesa si rende necessaria per l’insufficienza dell’oratorio di S.Elena sul colle omonimo e l’eccessiva lontananza della pieve di Pernumia.  Ma l’incremento demografico, favorito dagli opifici che sfruttano l’energia idraulica dell’Arco di Mezzo, è inarrestabile e, sul finire del secolo XVII, la chiesa risulta del tutto insufficiente per i milletrecento abitanti. Utilizzando gli ottocento ducati lasciati dal sig. Giacomo Stopazzolo, nel 1703 i battagliensi hanno già ricostruito la chiesa com’è attualmente. Anima della ricostruzione è don Antonio Gentili da Venezia, parroco dal dal 1690 al al 1738. La nuova chiesa di San Giacomo viene consacrata il 21 luglio 1748 dal cardinale Carlo Rezzonico, vescovo di Padova, dieci anni prima della sua elezione papale col nome di Clemente XIII. Della vecchia chiesa, fortunatamente, molte cose vengono conservate. Vengono sistemati nella nuova i quattro altari laterali, anche se cambiano i titolari, e l’altare maggiore, che risale al 1678, completo di tabernacolo a forma di tempietto. Alla stessa epoca risalgono le statue dei santi Pietro e Paolo dentro le nicchie ai lati dell’altare maggiore, attribuite a Michele Fabris detto l’Ongaro (notizie dal 1674 al 1684). Appartengono ancora alla chiesa precedente l’acquasantiera in marmo rosso di Verona, sulla destra per chi entra, risalente al XVI secolo, il Fonte battesimale e dodici tele, la più antica delle quali sembra la grande pala dell’altare maggiore. Quest’ultima, alta cm.370 e larga cm.175, e risalente alla fine del XVI secolo, appare divisa in tre piani che rappresentano l’esaltazione dell’Eucarestia, alcuni dottori della chiesa e i quattro patroni di Battaglia: San Giacomo, San Bartolomeo, San Andrea e San Domenico. Del secolo successivo sono le sei grandi tele addossate alle pareti del presbiterio: a nord l’Adorazione dei Magi, firmata da Carlo Ridolfi (1594-1668), l’Adorazione dei pastori, forse della stessa mano e la Glorificazione della SS.Trinità, a sud la Natività della Vergine, Abramo visitato dagli angeli e l’Annunciazione. Nel XVIII secolo la navata della chiesa si arricchisce di lunette e di tele ascrivibili tutte alla prima metà del secolo. La parete nord presenta tre lunette: Cristo e l’adultera, Cristo e i mercanti del tempio, Le nozze di Cana, e tre tele di grandi dimensioni: la Gloria di S.Antonio da Padova, il Pianto sul Cristo morto attribuito a Francesco Zanella (1645-1720) e la Lapidazione di Santo Stefano. La parete sud è ornata da altrettante lunette: Cristo con il povero Lazzaro, Gesù e i dottori del tempio e la Resurrezione del figlio della vedova di Nain di Gregorio Lazzarini (1655-1730), e da due tele: il Martirio di San Lorenzo e la Morte di San Giuseppe. Gli otto angeli che impreziosiscono i pennacchi trapezoidali della volta della cupola seicentesca sono opera del pittore estense Attilio Bordin che li affresca nel secondo decennio del secolo scorso. Nell’occhio centrale della cupola si trova una tela che rappresenta l’Assunta e che ricalca moduli decorativi neocinquecenteschi. La bella facciata della chiesa, che richiama il gusto barocco del primo Settecento, viene ultimata all’ inizio del Settecento. Essa è caratterizzata da quattro paraste con capitelli corinzi che si innalzano su alti zoccoli. Sopra il cornicione poggia un timpano triangolare con rosone centrale, ornato da tre statue rappresentanti le virtù teologali: la Fede, la Speranza e la Carità. Altrettante statue trovano posto dentro tre nicchie situate sopra e ai lati dell’ingresso: la Vergine nella nicchia centrale, San Bartolomeo con la propria pelle in mano a sinistra, e Sant’Andrea a destra. Non si può, infine, non segnalare, tra le opere d’arte più interessanti della chiesa, la statua di una Madonna col Bambino, situata sull’altare dedicato alla Beata Vergine del Rosario, opera pregevolissima di Giovanni Maria Morlaiter (1699-1781). Davanti la chiesa, accanto al Ponte alla veneziana, detto anche dei sca³ini, si trova la statua di San Giovanni Nepomuceno, San Zuane per i battagliensi, il santo protettore degli innocenti perseguitati e invocato contro i pericoli derivanti dalle acque, opera di uno scultore probabilmente locale della seconda metà del secolo XVIII. La storia del santo, la statua e le vicende della statua -durante l’ultima guerra sparisce nelle acque del canale in seguito ad un bombardamento e riaffiora pressocchè intatta durante un periodo di secca – sono molto popolari a Battaglia, tanto che San Zuane è diventato quasi uno dei simboli della città. Anche Moehringen, la città gemellata, possiede un’analoga statua. Da pochi anni, inoltre, è stato istituito il premio “ San Zuane d’oro ” che viene assegnato ogni anno ad associazioni o cittadini battagliensi benemeriti.

Il Canale, l’Arco di Mezzo e la Conca

Il canale che attraversa il centro storico di Battaglia e che costeggia a ovest la statale n.16, è scavato per volontà del Comune di Padova, forse sulla traccia di un precedente corso d’acqua di origine romana, in poco più di dieci anni, tra il 1189 e il 1201, per collegare Padova con Monselice, utilizzando l’acqua del Bacchiglione. L’evento è determinante per la nascita e lo sviluppo della cittadina termale. Dall’ incile posto sulla sponda destra del Bacchiglione in località Bassanello, prosegue con percorso rettilineo fino a Monselice. A Battaglia incontra le acque provenienti da un’altra derivazione del Bacchiglione, il Bisatto, che i vicentini avevano da poco scavato fino a Monselice, a partire da Longare. Quindi, superato il congegno regolatore dell’ Arco di Mezzo, si getta nello stretto alveo del Vigenzone e si avvia, cambiando nome e allargandosi sempre più, verso il mare. Il canale è l’ asse portante di una complessa rete idrografica che disegna il paesaggio e incide profondamente sul territorio, a partire dalla Botte del Pigozzo, a nord, fino alla alla Conca di Navigazione, all’Arco di Mezzo e al nodo idraulico della Rivella, più a sud, asse che condiziona l’insolita fisionomia di Battaglia, più simile a quella di una città lagunare che ad altri centri abitati del padovano. Oggi il canale, oggetto di particolare attenzione, è completamente navigabile ed offre interessanti prospettive turistiche, non solo in forza del potenziamento di strutture come porti e moli, ma anche per l’incomparabile cornice naturale offerta dai Colli Euganei.

L’ Arco di Mezzo è quel manufatto idraulico che, posto al centro della città, sulla sponda orientale del canale di Battaglia, ne regola il deflusso delle acque che sottopassano la statale n.16 e che, dopo un salto che può variare dai quattro ai sette metri, si gettano nell’alveo del Vigenzone. E’ stato per secoli il motore che ha fornito energia a tutti gli opifici che hanno fatto la storia di Battaglia. Manca qualsiasi documento relativo alle sue origini, ma è evidente che un sostegno regolatore di qualche foggia nasce contemporaneamente allo scavo del canale, dal momento che l’esistenza di mulini “ presso l’arco di un ponte ” risale proprio all’inizio del secolo XIII. Successivamente i Carraresi ampliano e perfezionano il congegno, costruendo un fabbricato simile ad un ponte a tre arcate, munite di saracinesche mobili. Nel corso dei secoli l’edificio ed i congegni interni, per le particolari sollecitazioni cui sono sottoposti, registrano una serie ininterrotta di riparazioni, di interventi anche radicali e di miglioramenti. Nella prima metà del secolo XVIII, ad esempio, l’edificio di m. 6,40 x 3,20 x 3,20 viene ricostruito com’era precedentemente, e nel 1785, durante una pulizia generale del canale, l’arco viene dotato di nuove paratoie azionate da leve di ferro in sostituzione delle vecchie catene. Nel 1830 il manufatto viene ricostruito completamente da Antonio Busetto di Venezia su progetto dell’architetto Giannantonio Boni: le dimensioni vengono quadruplicate, le saracinesche per le tre arcate sono nove. L’arco centrale o di mezzo, leggermente più ampio degli altri due, regola lo scarico delle acque nel Vigenzone – da cui il nome all’intera fabbrica - , mentre l’acqua che esce da quelli laterali è utilizzata per fornire energia agli opifici. Per più di un secolo, ovvero fino alla Seconda guerra mondiale, quando è seriamente danneggiato dai bombardamenti, non subisce sostanziali modifiche, al di là di un ammodernamento dei meccanismi interni nel 1913. Va ricordato che la periodica, studiata regolazione dell’afflusso di acqua nel Vigenzone – per i battagliensi la butà – creava una piena artificiale che rendeva possibile la navigazione e, di conseguenza, la partenza dei burchi carichi ormeggiati nel porto. Ricostruito nel 1947, l’Arco assolve ancora per qualche tempo alle sue funzioni, poi, con il venir meno della navigazione fluviale e l’inarrestabile crisi dei mulini, perde fatalmente il suo ruolo di propulsore dell’economia battagliense per limitarsi a garantire il livello idrometrico delle acque nel canale Monselice-Battaglia. Per svolgere nel migliore dei modi quest’ultima importante funzione, è oggetto, nei primi anni del 2000, di una manutenzione straordinaria che comporta l’ammodernamento totale di tutte le apparecchiature interne. L’esigenza di aprire una via breve verso il mare, per agevolare i commerci fluviali di cui Battaglia era centro, viene presa in esame nel 1900 dalla Commissione Ministeriale presieduta dall’ingegnere Leone Romanin Jacur che propone la costruzione di una conca con tre crateri. Nel 1917, l’ingegnere Umberto Lunghini del Genio civile di Padova, su incarico del Magistrato alle Acque, elabora un progetto davvero geniale che prevede soluzioni originali e innovative.La Conca di Navigazione è uno straordinario monumento di ingegneria idraulica che, consentendo di superare un dislivello massimo superiore ai sette metri, collega il canale di Battaglia, ovvero il territorio padovano ed euganeo, con il Rialto-Vigenzone, cioè con il mare.

La conca avrà un unico cratere; il movimento delle porte a monte e a valle avverrà con la sola pressione dell’acqua mediante valvole ad aria compressa; le porte stesse, anzichè gravare con il loro peso sul cardine inferiore saranno sospese mediante dispositivi con cuscinetti a sfere. Il progetto viene approvato e i lavori sono affidati a tre società diverse: il Consorzio Regionale Veneto per i lavori di scavo, la Società Anonima Ferrobeton di Roma per la costruzione in calcestruzzo, e le Officine di Battaglia per le parti metalliche. Lo stesso Lunghini, unitamente all’ingegnere capo del Genio, dirge i lavori che, iniziati il primo settembre 1919, sono consegnati il 29 febbraio 1923, nonostante qualche momento di crisi come la piena del 1921 e le agitazioni operaie. L’opera, completata dallo scavo di due ampi mandracchi a monte e a valle per permettere la sosta dei natanti, viene solennemente inaugurata il primo giugno 1923 da Benito Mussolini, salito a bordo di un burchio impavesato per l’occasione e circondato da altre imbarcazioni della Canottieri e della Rari Nantes di Padova. La conca, costruita per imbarcazioni non superiori alle 300 tonnellate, misura 40 metri di lunghezza, 7,20 di larghezza e 10,40 di altezza. Le due porte a monte sono alte 6,10 metri e pesano quattro tonnellate; quelle a valle sono alte 10,60 metri e pesano 30 tonnellate. Il nuovo manufatto determina per qualche decennio un rapido aumento dei trasporti fluviali, soprattutto di trachite, ma la concorrenza con i trasporti su ferrovia e su strada è spietata. Durante gli anni Sessanta la conca smette di funzionare. Dopo quasi un trentennio di malinconico abbandono, alla fine del secolo scorso la Regione Veneto approva la realizzazione di un progetto di recupero. Il 21 marzo 1998 la Conca, completamente restaurata e perfettamente funzionante, viene reinaugurata.

Il Museo della Navigazione

Questa lunga attività commerciale diventa, sul finire degli anni Settanta, oggetto di studio e di ricerca da parte degli studenti-lavoratori di un corso serale. Il Museo sorge alla fine di Via Ortazzo, su quel lembo triangolare di terra, la pontara, delimitata dalla confluenza di due corsi d’acqua: il Vigenzone che nasce a qualche centinaio di metri nel punto in cui le acque del canale Battaglia si scaricano attraverso l’Arco di Mezzo e proseguono verso Bovolenta, Pontelongo e quindi verso Chioggia e la laguna, e il Rialto che raccoglie le acque del versante settentrionale dei Colli Euganei e del bacino termale. Via Ortazzo, tra l’altro, è stata fino a non moltissimi decenni fa, luogo di smistamento delle merci provenienti dai Colli, come i sassi di trachite e la scaglia calcarea che qui venivano ammassati in attesa di essere caricati nei burchi. Il Museo, unico nel suo genere, e come tale meta di studiosi e di accademici italiani e stranieri, conserva oltre quattromila reperti tra imbarcazioni fluviali e parti di esse, ricostruzioni in scala, fotografie storiche, disegni costruttivi, carte di navigazione, documenti relativi alla costruzione e manutenzione di ponti e conche, rilievi tecnici, oggetti usati dai barcari nella vita di bordo, documenti commerciali, libri tecnici specifici, attrezzature usati negli squeri, modelli in scala, utensili dei vari mestieri connessi con la navigazione interna, ecc. Il Museo della Navigazione Fluviale non è il frutto di un’operazione culturale verticistica, ma il riaffiorare spontaneo e naturale di una delle componenti più importanti del percorso storico di Battaglia: l’intensa e fervida attività mercantile svoltasi, se pur con alterne vicende, sulle vie d’acqua per oltre sette secoli. Dallo scavo del canale ad opera del Comune di Padova all’inizio del XIII secolo, fino al tramonto della navigazione fluviale, verificatosi all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, Battaglia è al centro di una fitta rete di traffici e di commerci che la rendono florida e importante. Lo strumento che più di tutti contribuisce alla sua espansione economica e che favorisce sicuramente la nascita e l’affermazione di un’economia artigianale ed industriale è un’ imbarcazione così efficiente e diffusa lungo i corsi d’acqua padovani e del Veneto da diventare la barca per antonomasia: il burchio. Esso attraversa per l’ultima volta la Conca di Navigazione negli anni Sessanta, ma prima di intristire abbandonato e semiaffondato, ha trasportato trachite, calce e mattoni, frumento, barbabietole e farine, carbone, ghiaia e sabbia, legname, granaglie, sale, cemento, calcare, ecc. Il suo raggio d’azione spazia da Pescantina a Ferrara, da Mantova a Motta di Livenza, da Padova a Chioggia, da San Donà a Grado, da Aquileia a Codigoro. I campi e le calli di Venezia sono tuttora lastricati con la trachite dei Colli Euganei trasportata con i burchi di Battaglia. Gli studenti, quasi tutti ex barcari, riscoprono il loro passato, si interrogano, convolgono la Biblioteca Comunale e la stampa locale, organizzano con successo una mostra fotografica, cominciano a raccogliere documenti e materiali. Viene pubblicato un libro, Canali e burci, che diventa ben presto come una bandiera per tutti gli appassionati. In questo fervore matura ben presto l’idea di allestire un Museo nel quale raccogliere e conservare il materiale che si va raccogliendo. L’ amministrazione comunale si fa carico del problema, individua nell’ex macello comunale ormai in disuso la sede ideale del costituendo Museo e, negli anni 1988-1995, l’architetto Paolo Rigoni provvede a ristrutturare l’edificio. L’inaugurazione ufficiale si tiene il 2 maggio 1999, alla presenza di autorità politiche e religiose, di studiosi e di un folto gruppo di appassionati e di cittadini.

Villa Selvatico – Sartori

Sulla sommità dello storico colle di Sant’ Elena, noto anche come monte della stupa per la presenza di un’antica grotta sudorifera che ne deteminò la fortuna, alla periferia sud di Battaglia, si innalza, sapientemente restaurata e incorniciata da splendide piante secolari, la Villa Selvatico – Sartori le cui origini risalgono al 1593. Per ricostruire la casa padronale viene modificata la struttura stessa della sommità del colle con opere di sbancamento e si presume che, all’ inizio del Seicento, il nuovo complesso residenziale sia già impostato, almeno per quanto riguarda il giardino e la loggia superiore. I lavori proseguono per alcuni decenni finchè ricevono un nuovo impulso dal medico Benedetto Selvatico il quale costruisce nel 1642 la strada che permette alle carrozze di raggiungere la villa, realizza su progetto di Tomio Sforzan l’imponente scalinata e commissiona al vicentino Girolamo Albanese, fratello e collaboratore del celebre Giovan Battista, l’esecuzione delle statue per la scalinata, il giardino e le fontane. Quando Benedetto muore nel 1658, lascia ai posteri un esemplare stilistico originale ed unico, che anticipa i canoni del barocco veneto attraverso ardite ma armoniose fusioni di elementi architettonici medioevali e orientaleggianti. Il piano nobile della villa viene affrescato completamente tra il 1648 e il 1650: le storie mitologiche della città di Padova sono opera di Luca Ferrari e la decorazione della cupola con la Rosa dei venti è di Lorenzo Bedogni. In un ottagono al centro del soffitto Alessandro Varotari detto il Padovanino (1588-1648) dipinge la Gloria dei Selvatico. Durante i secoli XVII e XVIII non avvengono mutamenti degni di nota. Ci si limita alla manutenzione e a qualche restauro, come in occasione della tromba d’aria che nel 1689 danneggia la cupola. Nel 1814 le proprietà dei Selvatico sul colle di Sant’Elena vengono acquistate da Agostino Meneghini il quale affida all’ architetto e ingegnere idraulico Giuseppe Jappelli (1783-1852) l’incarico di trasformare il parco, caduto in disordine, in un giardino all’inglese. Mentre ridisegna il parco attorno ai laghetti termali, Jappelli costruisce ex novo le rimesse, le serre, le vasche termali e modifica la testata della scalinata inserendovi motivi neogotici come le arcate ogivali. All’ inizio degli anni Novanta viene acquistata da Giampaolo Sartori il quale, sotto la tutela del Ministero dei Beni Ambientali, provvede ad un ulteriore, generale restauro del complesso residenziale. Oggi la villa Selvatico-Sartori è una preziosa e raffinata dimora storica di rara bellezza che ospita nel salone e nel parco rappresentazioni teatrali, convegni culturali e concerti. Nel 1842 la villa diventa proprietà dei conti von Wimpffen, quindi, nel 1901 del conte Angelo Emo Capodilista e della moglie Emilia dei baroni Barracco. Nel frattempo, gli stabilimenti termali attigui, che già avevano ospitato personaggi illustri come Stendhal e Heine, passano agli inizi degli anni Trenta, insieme con il parco, alla Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali che, nel 1936, realizza il nuovo stabilimento “Pietro d’Abano”. Dopo la Seconda guerra mondiale la villa viene restaurata dal conte Andrea Emo Capodilista e dalla moglie Giuseppina Pignatelli dei principi di Monteroduni che le restituiscono l’originaria purezza togliendole “ le ingiurie e i danni inferti dalle vicende della guerra”. Trent’anni prima, esattamente il 25 febbraio 1561, la piccola collina, sulla quale esiste da secoli un oratorio dedicato prima a Sant’Eliseo e poi a Sant’Elena, e che è meta di illustri personaggi desiderosi di alleviare con l’acqua termale i propri malanni, diventa proprietà dei fratelli Bartolomeo, Battista, Francesco e Girolamo Selvatico che, alcuni anni prima, avevano già acquisito le valli di Lispida. Nel 1580 vi giunge Michel de Montaigne, alla ricerca della sorgente d’acqua utilizzata per i bagni. Poco più di dieci anni dopo, nel 1593, per volontà di Bartolomeo Selvatico, cavaliere della Repubblica veneta, tutte le proprietà immobiliari dei Selvatico che si trovano sulla collina sono soggette ad una radicale opera di ristrutturazione. Collabora con lui il fratello Girolamo ed il figlio, arcidiacono del Duomo di Padova, che provvede al restauro della chiesetta ultimato nell’autunno del 1596.

Meritano attenzione pure il Centro storico con le sue viuzze chioggiotte, la chiesetta del Pigozzo, la nuova Chiesa parrocchiale, nonchè il Ferro di Cavallo con le sue bellezze naturalistiche.

altri punti di interesse durante il giro sono:

GIARDINO STORICO DI VILLA BARBARIGO

Via G. Barbarigo,15 - Galzignano Terme loc. Valsanzibio - Tel.049 9130029

La Valle di Sant'Eusebio, che prese il nome dal monastero sul Colle Orbieso, e le colline che la circondano furono di proprietà degli Scrovegni, poi dei Contarini e dalla fine del 1500 al 1700 dei Barbarigo. Il giardino storico di Villa BArbarigo fu realizzato nella seconda metà del Seicento dal nobile veneziano Antonio Barbarigo, fratello di S.Gregorio, ed è sicuramente uno dei giardini più importanti del Veneto, sia per dimensioni (circa centocinquantamila metri quadri con più di ottocento alberi e centoventisei essenze), sia per l'aspetto architettonico. Lo spazio è simmetrico, scandito da due assi cardinali; dal Bagno di Diana, l'antico ingresso, si sviluppano quattro peschiere, sedici fontane, settanta statue e tre scherzi d'acqua. Il merito della conservazione del giardino storico spetta ai Barbarigo ed ai loro successori (i nobili Michiel, i conti Martinengo, i conti Donà delle Rose); dal 1929 è di proprietà dei conti Pizzoni-Ardemani, attuali proprietari.
Orario: 10-13/14-19

VILLA DEI VESCOVI

Torreglia Loc. Luvigliano - Tel. 049 5211118

La Villa dei Vescovi, risalente al XVI secolo ed opera di Falconetto e Andrea della Valle, è un edificio monumentale, a pianta quadrata movimentata da scenografiche scalinate; all'interno è affrescata da dipinti del XVI secolo di Lambert Sustris.
Orario: lunedì - mercoledì - venerdì 9-13/14.30-18. Aperto da metà marzo a metà novembre. Chiuso dal 15.07 al 15.08. 

ABBAZIA DI PRAGLIA

Via Abbazia, 7 - Praglia Teolo - Tel.049 9999300

Il nome dell'Abbazia di Praglia deriva dal latino "pratolea" che significa prato in riferimento ai vasti prati che circondano il monastero. Intorno al 1100 il conte Maltraverso di Montebello, nobile padovano, creò una fondazione signorile dando inizio alla storia dell'Abbazia; nel corso del Medioevo il centro ecclesiastico fu un caposaldo dell'ordine dei Benedettini ed essendo tuttora abitata dai monaci, il complesso non è completamente visitabile. La sua struttura si articola in una serie di chiostri quadrangolari ai quali si affiancano il Refettorio monumentale, il Refettorio ordinario, la basilica e la prestigiosa biblioteca antica che fu costruita in seguito alla riedificazione del monastero avvenuta nel 1400. Il patrimonio librario è costituito da circa centomila volumi con molte opere rare, restaurate nel famoso laboratorio del libro diretto e condotto dagli stessi monaci.
Orario: (periodo estivo) domenica 15.30-17.30 visita ogni mezz'ora, durante la settimana visite ore 15.30-16.10-16.50-17.30. Lunedì chiuso. (periodo invernale) domenica 14.30-16.30 visita ogni mezz'ora, durante la settimana visite ore 14.30-15.10-15.50-16.30. Chiuso 1/11-8/12-24/12-25/12-Epifania-Pasqua

CASTELLO DI VALBONA

Via Castello, 2 - Lozzo Atestino – Tel. 0429 97022 E-mail: castellodivalbona@finind.com

Il Castello di Valbona, edificato per la difesa dei conti Lozzo, può essere considerato un punto di riferimento obbligatorio per le guerre che in quegli anni opponevano Padovani, Scaligeri, Estensi e Vicentini. Distrutto due volte, nel 1231 e nel 1313, per l'importanza strategica del territorio viene sempre riedificato. Nel 1318 l’edificio passa alla signoria dei Carraresi, come testimoniano le insegne sul portone d’ingresso, e successivamente, nel 1405, alla Repubblica di Venezia. Durante la dominazione veneziana il castello perde le sue funzioni strategico-militari, restando però un posto di osservazione e di controllo. La cinta muraria di forma rettangolare, costruita in pietra naturale dei Colli e frammezzata a mattoni, possiede un piccolo torrione pentagonale ad ogni angolo e uno quadrato nelle due cortine più lunghe mentre al centro sorge un mastio che controlla l'intero castello.

Visite guidate su prenotazione. Giorni di chiusura: lunedì e martedì.
 

CINTO EUGANEO
 

"Ad Quintum" (al quinto miglio) è l'origine del toponimo di Cinto che si conferma, in questo modo, per essere stato un antico insediamento posto lungo un tracciato romano. Oltre all'abitato principale, il comune comprende altre quattro frazioni: Fontana Fredda, Valnogaredo, Faedo e Cornoleda.

Tra le ricche testimonianze storiche sedimentate nell'area, va senz'altro segnalata l'antica sorgente di "Buso della Casara", un sistema di grotte e cunicoli scavati nelle rocce dal quale prendeva origine l'acquedotto romano di Este. Di notevole interesse, anche in ragione del fatto di essere sede di un museo naturale, dove viene conservata una ricca rassegna di minerali e di fossili, è l'antico complesso industriale di Cava Bomba.

Era una fornace per la produzione di calce che, accuratamente restaurata, svolge oggi un compito culturale di rilevante importanza. Oltre alla mostra permanente geologico-paleontologica, la struttura ospita anche una ricca documentazione relativa agli aspetti economici e culturali delle attività legate al lavoro dei cavatori, degli scalpellini e dei fornaciai che operavano nell'ambito dei Colli per la produzione e la lavorazione dei materiali da costruzione ricavati dalle cave.

Museo Geopaleontologico di Cava Bomba

Nell’ex fornace dell’800 di Cava Bomba, un interessante esempio di archeologia industriale nella produzione di calce, è allestito il museo geopaleontologico che illustra i fenomeni geologici dei Colli Euganei e i reperti fossili. E’ esposta una prestigiosa collezione di minerali di tutto il mondo, la collezione geologica “Da Rio” di rilevante interesse storico ed infine una raccolta di antichi attrezzi utilizzati dall’uomo.

 

Penultimo paese da visitare è:

Arquà Petrarca

UN PO' DI STORIA: l’attuale nucleo abitativo di Arquà è di chiara origine medievale, anche se non si può negare una ipotetica continuità con epoche remote: sorto su di una probabile linea difensiva che doveva esistere già in epoca barbarica e collegante la Rocca di Monselice, centro della locale giurisdizione politico amministrativa longobarda, con Valle S. Giorgio, Cinto Euganeo e la fascia pianeggiante verso Vicenza, a ponente dei colli. Che il territorio di Arquà fosse comunque abitato in periodo venetico, ma soprattutto romano, appare dimostrato dai toponimi prediali, derivanti dal nome del proprietario del fondo (Bignago da Bennius, Mercurana da Mercurius), e dai reperti archeologici rinvenuti (cippi funerari, frammenti fittili, monete imperiali, condutture per lo scarico dell’acqua). Del resto sappiamo che anche i Romani non furono insensibili all’amentità dei colli Euganei. C’è una tradizione che parla dell’esistenza in Arquà, di un tempio dedicato al dio Apollo, innalzato proprio sul Monte Castello, e forse non è del tutto una fantastica invenzione. Il nome del paese, dal latino Arquatum o Arquata volgarizzato poi in Arquada, è di ipotetica coniazione medievale. Appare in un documento del 985 e ciò testimonia l’antichità del luogo e della precisa destinazione, essendo chiamato castrum, castello. Il nucleo originario è da collocare pertanto sull’altura detta Monte Castello, a ricordo delle fortificazioni oggi scomparse; ai piedi e a mezza costa della collina sorsero poi gli edifici per il culto, uno votato a S. Maria e ricordato con l’importante titolo di pieve nel 1026, l’altro della SS.Trinità e menzionato nel 1181. A questo proposito va sottolineato che in origine queste erano chiese matrici cioè che possedevano il fonte battesimale e proprio l’intitolazione a S. Maria è segno, nella diocesi padovana; di primitività. La località divenne feudo dei Marchesi d’Este entrò successivamente nell’orbita politica di Padova, tanto che nel 1276 venne stabilito che il Podestà di Arquà fosse padovano e avesse almeno 25 anni. Elevata infine dalla signoria Carrarese al rango di vicaria, fu allora che Arquà ebbe la ventura di ospitare il Petrarca e di accoglierne le spoglie mortali. Da questo momento la sua storia è segnata dalla presenza della tomba del poeta. Arquà al tempo del Petrarca viene descritta, in un documento che si trova nel Museo Civico di Padova, come: "vasti boschi di castagni, noci faggi, frassini, roveri coprivano i pendii di Arquà, ma erano soprattutto la vite, l’olivo e il mandorlo che contribuivano a creare il suggestivo e tipico paesaggio arquatense". Una vegetazione e una pace che forse hanno richiamato alla mente del poeta un’altra terra a lui cara, la Toscana, e così si decise a stabilirsi in una casa decorosa che si distingueva certamente dalle altre assai povere dei contadini e degli artigiani.

Chiesa di Santa Maria Assunta

Edificata nell’XI secolo, venne ampliata e ristrutturata nel XVII secolo, assumendo l’attuale aspetto. L’interno, ad una navata con affreschi alle pareti, è arricchito da varie opere scultoree e pittoriche tra le quali la tela dell’Assunta dipinta da Palma il Giovane.

Tomba del Tetrarca

L’arca, in marmo rosso di Verona, è posta sul sagrato della chiesa di S. Maria Assunta e custodisce dal 1380 le spoglie di Francesco Petrarca, morto nel 1374. Il busto in bronzo del poeta venne collocato nel 1457.

Oratorio della SS. Trinità

L’edificio originario risalente al XII secolo fu ampliato nel XIV secolo; lo stile è semplice e ben conservato nella struttura primitiva. Accanto all’oratorio si trova la Loggia dei Vicari, dell’edificio originario restano un arco con il leone di San Marco e gli stemmi dei Vicari succedutesi nell’amministrazione del territorio.

Ancora storia di Arquà Petrarca

Discutendo sulle origini di Arquà si cade di solito in un equivoco: il noto insediamento preistorico di località la Costa viene considerato come la prima fase di una sequenza non più interrotta, che si sarebbe sviluppata nei secoli fino ad imprimere al paese l’odierna configurazione. L’attuale nucleo abitativo di Arquà è invece di chiara origine medievale, anche se non si può negare una ipotetica continuità con epoche remote: sorto su di una probabile linea difensiva che doveva esistere già in epoca barbarica e collegante la Rocca di Monselice, centro della locale giurisdizione politico amministrativa longobarda, con Valle S. Giorgio, Cinto Euganeo e la fascia pianeggiante verso Vicenza, a ponente dei colli. La stazione preistorica, sviluppatasi sulle rive del laghetto della Costa, ai confini dei territori arquatensi e monselicensi intorno all’età del bronzo e messa in luce sul finire del 1800, dovrebbe riferirsi ad un più vasto insediamento di popolazioni primitive che avevano come fulcro avanzato i colli Rocca e Montericco. Nel laghetto sono stati ritrovati reperti di grande interesse ed alcuni con su riportate delle simbologie che delineano una sviluppata cultura spirituale tanto da far ritenere che ci sia una correlazione, su di un piano magico-religioso, tra abitatori e acque termali presenti presso il laghetto. Che il territorio di Arquà fosse comunque abitato in periodo venetico, ma soprattutto romano, appare dimostrato dai toponimi prediali, derivanti dal nome del proprietario del fondo (Bignago da Bennius, Mercurana da Mercurius), e dai reperti archeologici rinvenuti (cippi funerari, frammenti fittili, monete imperiali, condutture per lo scarico dell’acqua). Del resto sappiamo che anche i Romani non furono insensibili all’amentità dei colli Euganei. C’è una tradizione che parla dell’esistenza in Arquà, di un tempio dedicato al dio Apollo, innalzato proprio sul Monte Castello, e forse non è del tutto una fantastica invenzione. Il nome del paese, dal latino Arquatum o Arquata volgarizzato poi in Arquada, è di ipotetica coniazione medievale. Appare in un documento del 985 e ciò testimonia l’antichità del luogo e della precisa destinazione, essendo chiamato castrum, castello. Il nucleo originario è da collocare pertanto sull’altura detta Monte Castello, a ricordo delle fortificazioni oggi scomparse; ai piedi e a mezza costa della collina sorsero poi gli edifici per il culto, uno votato a S. Maria e ricordato con l’importante titolo di pieve nel 1026, l’altro della SS.Trinità e menzionato nel 1181. A questo proposito va sottolineato che in origine queste erano chiese matrici cioè che possedevano il fonte battesimale e proprio l’intitolazione a S. Maria è segno, nella diocesi padovana; di primitività. Attorno al castrum di Arquà si sviluppò pure l’abitato, dalla parte interna rispetto la pianura e perciò meglio difeso, distribuito nella valletta formata dalle pendici contermini di Monte Castello e Monte Ventolone. La località divenne feudo dei Marchesi d’Este entrò successivamente nell’orbita politica di Padova, tanto che nel 1276 venne stabilito che il Podestà di Arquà fosse padovano e avesse almeno 25 anni. Elevata infine dalla signoria Carrarese al rango di vicaria, fu allora che Arquà ebbe la ventura di ospitare il Petrarca e di accoglierne le spoglie mortali. Da questo momento la sua storia è segnata dalla presenza della tomba del poeta. Arquà al tempo del Petrarca viene descritta, in un documento che si trova nel Museo Civico di Padova, come: "vasti boschi di castagni, noci faggi, frassini, roveri coprivano i pendii di Arquà, ma erano soprattutto la vite, l’olivo e il mandorlo che contribuivano a creare il suggestivo e tipico paesaggio arquatense". Una vegetazione e una pace che forse hanno richiamato alla mente del poeta un’altra terra a lui cara, la Toscana, e così si decise a stabilirsi in una casa decorosa che si distingueva certamente dalle altre assai povere dei contadini e degli artigiani. Queste infatti erano casupole con il perimetro in muratura o in legno, quasi sempre coperte di paglia, poche forse presentavano già la caratteristica recinzione lapidea, a protezione dell’intimità e a contenimento delle terrazzature, con l’orto, il viridario o broilo, e a fare da gentile e utile cornice. Nel trecento i declivi attorno al paese, erano punteggiati di vigneti dalle prelibate uve bianche, garganica e schiava, in prevalenza, ma pure moscata, palestra e marzemina. L’ottimo vino che se ne ricavava giungeva fino agli osti di Padova. Il nome della località non correva solo per il vino eccellente: alcuni suoi figli si distinsero infatti nelle varie professioni o vennero chiamati a ricoprire incarichi pubblici o ecclesiastici. Il più illustre, nel secolo XIV, fu un medico, Giacomo da Arquà. Portato dalla meritata fama presso la corte di re Lodovico d’Ungheria, nel testamento, non dimenticò il paese natale e volle un’opera benefica: "una cisterna vera la qual sia comune a tutti nella villa Superiore d’Arquà. La Repubblica di Venezia, che si era intanto sostituita fin dal 1405 al dominio carrarese, mantenne al luogo la sua importanza confermandogli l’ampia giurisdizione vicariale che comprendeva altri e numerosi centri collinari, come Baone, Galzignano, Montegrotto, ecc., mentre la fama e la moda petrarchesche spinsero alcune famiglie aristocratiche padovane e veneziane, e tra queste i Cotarini, i Pisani, i Capodivacca, gli Zabarella ecc., a costruire delle dimore, se non sontuose, certo di nobile fattura. Il paese così completò l’assetto urbanistico che tutt’ora conserva, anche se dopo il secolo XVI (fortunatamente) non si costruì più molto. Dopo un lungo periodo di decadenza ora Arquà sta risorgendo in tutto il suo splendore per l’orgoglio dei propri abitanti, di vivere in un luogo così particolare e dal gusto ancora medievale. Là dove l’acque spumavano, una scossa di fiamma sotterranea fa balzar le montagne; e rimangono conchiglie fra le alte rupi; e da’ vulcani novelli scorre la lava nel mare; le isole più e più si dilatano e si congiungono alla terra lontana; i massi ignudi si vestono di musco, di macchia, di grande foresta. Similmente dall’anima agitata le passioni prorompono; e la rovinosa forza loro è pur tuttavia creatrice, che porta in alto il vero latente: e poi, freddato il primo impeto, le rovine, per benefizio del tempo e per la fatica dell’uomo, s’ingentiliscono di coltura fruttuosa. Per simil modo altresì, dal dolore e dall’amore violento si generano a poco a poco i grandi concetti e le immagini belle; quasi ripide alture seminate di fiori, quasi prospetti da’ quali lo sguardo domina gran tratto il cielo, e vagheggia tra ‘l verde il raggio d’oro, e s’insinua tra valli amene, guidato dalla lucida striscia dell’acque correnti. Sui Colli Euganei non a caso vennero a riposare le stanche ossa del Fiorentinoche amò di doloroso amore Laura e l’Italia. Nulla è a caso nel mondo: ma nella vita degli uomini singolari appariscono in singolar modo distinte le ragioni e gli effetti delle vicende che paiono essere abbandonate alla cieca fortuna. Nella regione Euganea memorie diverse di diverse età, da Fetente al Foscolo, e da Antenore a Napoleone, dovevano lasciare vestigi. Padova e Roma e Firenze erano secondo la favola, colonie di Troia: gli Euganei e gli Etruschi eran forse del medesimo sangue. Nelle medesime mura dovevano a breve intervallo di tempo trovarsi due esuli fiorentini del cui verso l’Italia s’onora: Dante, sospirando amaramente alla patria perduta; il Petrarca freddamente gli inviti di lei rifiutando. Certo che in tutta la Toscana non facilmente potevasi trovare ricetto più ameno di Arquà. Ugo Foscolo che in uno de’ Saggi intorno al Petrarca descrive sì vivamente Valchiusa, nelle lettere di Jacopo Ortis non dipinge la bellezza dei luoghi sì che il pensiero li riconosca, e salga e scenda per essi. Non vedi i poggi, ma l’aura ne senti. E in que’ tocchi stessi che son più rettorici, è notabile, massimamente in giovane, la parsimonia, pregio ignoto agli abbiatorelli ammiratori del Foscolo, e che fino i più comuni concetti fa parer singolari. Il vero si è che, tranne l’unico Dante, i poeti nella rappresentazione de’ luoghi, assai sovente tralasciano le particolarità minute e più proprie; e colgono que’ punti di bellezza che sono comuni a numero grande d’oggetti: ma li scelgono tali che il comune tenga dell’universale anziché del triviale, del semplice anziché dell’abietto. In Dante la forma universale conserva insieme la fedeltà del ritratto: e tanto più mirabile è l’efficacia del suo dipingere, che poche pennellate gli bastano, o pure una sola, a far balzare alla mente l’immagine intera. Laddove nello Scott ed in altri moderni (senz’eccettuare il sommo nostro Manzoni) la cura del particoleggiare disperde, anziché raccogliere l’attenzion de’ leggenti; e per aggiungere chiarezza, scema parecchie volte evidenza: Non è parola che valga a rendere le tinte con sì delicata e sì ricca varietà digradanti, dell’azzurro e del verde, il color delle nubi, e la forma de’ colli, che o soli o appoggiati l’uno all’altro fraternamente, s’abbelliscono con la mutua bellezza; le rapide chine, i dolci declivii; le cime o salenti quasi gradini d’altare magnifico, o ratto levantisi come pensiero ispirato; i grandi alberi che da lontano appaiono come macchie, da vicino ondeggiano come mare fremente per vento; la pianura che lieta per breve spazio si distende come viandante che posa per ripigliare la via, e le vallette rimote che paiono, quasi un angusto sentiero, correre sinuose tra’ monti. La casa del Petrarca volge le spalle a tramontana: ha da mezzogiorno un prospetto assai ampio di piano leggermente ondeggiante, con di fronte un colle non alto, che solo s’innalza, e che par che renda l’immagine della Lirica petrarchesca, solinga e gentilmente pensosa. Laddove l’epopea dell’Alighieri è catena di montagne, l’una sull’altra sorgenti, con ghiacci e verde, nebbia e sereno, ruscelli e torrenti, fiori e foresta; ardue cime e caverne cupamente eccheggianti. Da manca a levante, altre case tolgono la vista de’ colli, che forse un tempo era libera: e certo quelli d’allora erano men poveri e meno ineleganti edifizi; dacchè tuttavia ci rimangono frammenti di stile archiacuto, siccome altrove pe’ colli rincontransi tuttavia macerie e lapidi romane. Da ponente, a diritta, i poggi sono più presso alla casa, e la rallegrano delle lor forme belle: a ponente è l’orto, che avrà allora avuto certamente un più vago disordine che i giardini moderni, e altre piante che i giuggioli e i fichi d’adesso. A ponente era lo stazino dello studio, dove il vecchio onorando, inchinando il capo o a preghiera o a meditazione non dissimile dalla preghiera, morì. Grato all’anime meste l’aspetto del sol cadente; grata quell’ora di sereno e stanco riposo, ch’è come augurio di morte placida, consolata da luminose speranze. In queste stanze, digiunando sovente a pane ed acqua, vigilando sempre dalla mezza notte, lmando con isquisita cura i suoi versi, e meditando la morte, egli visse quattr’anni; se non che a mal suo grado talvolta lo chiamavano a Padova od a Venezia le faccende de’ suoi protettori ed amici. A Venezia già nel 1363 gli erano passati tre mesi della state in compagnia d’un amico, povero, ma illustre assai più de’ principi protettori; di quel Boccaccia la cui novella egli vecchio e famoso doveva nella solitudine d’Arquà tradurre in latino; quel Boccaccia al qual egli nel testamento lasciò da comprarsi la zimarra pel verno. E nella Venezia del trecento, nella qual tuttavia sobbollivano de’ popolani spiriti antichi, più mirabile assai di quella che noi vagheggiamo, fitta già d’armate galee gravide del commercio d’Europa, fitta di genti animose, in faticate, fitta di templi e di civili edifizii, ogni giorno sorgenti con semplice e puro disegno (chè i Longhena e i Benoni erano lontani ancora); nella Venia del trecento passeggiava il Petrarca, ripensando forse alla Francia, e a Parigi trent’anni fa visitata, il cui sudiciume doveva, come a lui, far uggia all’Alfieri quattrocento venti anni dopo. Alla parete forse di questa piccola stanza di fronte ai poggi, a ponente, era apparsa l’immagine della Vergine, egregia dipintur di Giotto, la quale il Petrarca morendo lasciò, dono da poeta e più che da principe, al signor di Carrara. A quella immagine riguardando - (oh perché non l’abbiamo noi? Perché non possiamo affisar gli occhi in quella bellezza dolcemente austera, nella quale s’affissarono commossi gli occhi di Francesco Petrarca? E la pietà degli sguardi del vecchio ritornerebbe a noi quasi riflessa dalla tavola cara) - a quella immagine riguardando, ed or alla parete, or al monte, or al cielo sereno volgendo il viso, egli avrà ripensati, e come santa preghiera ridetti nell’anima i versi: Vergine bella; dove ogni stanza è ripetuto con istante fervore e con soavità penetrante il dolce nome di Vergine. In questa camera accanto dormiva col marito la figliuola che Francesco ebbe d’illecito amore, d’altro amore che quello di Laura. Come potesti, o Fiorentino, adorare la figlia del sindaco d’Avignone, e con tutti i desiderii del cuore e de’ sensi desiderarla, e sospirare di lei in ogni valle, e spargere ai quattro venti i sospiri; e in questo men abbracciarti a un’altra donna; ed avutone un figlio, riabbracciarteli ancora? Ed averne questa figliuola, che adesso mentre tu vecchio e pentito, correggi cantando un sonetto in morte di Laura, entra nella tua stanza, e ne’ suoi lineamenti ti porta altri rimorsi e l’immagine d’un’altra bellezza. Oh poeta, tu ch’hai tanto pianto d’amore, hai tu veramente amato mai? La tavola di Giotto che ornò la casa del Petrarca, è perita; è perita la signoria carrarese: ma consoliamoci: la gatta del Petrarca non ha abbandonato il suo posto. E molti di coloro che visitano Arquà non per amore del dolce tuo canto, o poeta, e dell’ameno soggiorno, ma lo visitano perch’altri l’ha visitato; guarderanno più attentamente alla gatta che ai colli, più alla gatta che ai terzetti dell’Alfieri, che sono meglio temprati e più antichi versi ch’abbia la moderna poesia; più alla gatta che al nome di Grigio Byron, che senza titolo né altra parola stà confuso fra tanti e dice più d’ogni lode. Tale è il destino della gloria mondana, acciocché gli uomini se ne svoglino: che quando ell’ha vinto la calunnia e l’invidia, quando non le può dar noia né la rabbia de’ deboli né la paura dei forti, rimangono a perseguitarla l’ammirazione stupita, la lode sguaiata e profanatrice. Accorrevano da molte parti d’Europa e del mondo a vedere la casa del Petrarca; ed intanto lasciavano che la pioggia e le lucertole entrassero nella sua sepoltura. Ma il conte Carlo Leoni, padovano, assumendo co’ titoli gli obblighi aviti, fece quello che un da Carrara avrebbe fatto potendo, riparò la tomba cadente: né questo esempio soltanto agl’Italiani raccomandò il proprio nome. Possano le ossa di colui che riposa in mezzo ai poveri contadini, colui che aveva pregiato tanto il contadino di Valchiusa e l’orefice di Bergamo, possano rammentarci com’uno de’ più grandi ingegni d’Italia sia morto; morto nella solitudine, dopo aver conosciute le dimore di certi grandi; dopo avere, se non lusingate, almen viste senza sdegno le loro crudeli ingiustizie, e accettata da loro l’ospitalità, e ricusatala dalla propria repubblica, e sofferto da essi il nome d’amico. Si tratta di un brano tratto dall’opera "i colli Euganei" pubblicata nel 1845, redatta dai maggiori intellettuali veneti dell’epoca. È il primo lavoro interdisciplinare di cui sono stati fatti oggetto i Colli Euganei; esiste una copia di questo libro nella biblioteca di Stato di Vienna, che era appartenuta all’imperatore Francesco Giuseppe, e la Banca di Sant’Elena l’ha ripubblicata in poche copie con le medesime caratteristiche tipografiche.

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Este

Anche se attualmente ne conserva solo il ricordo, il maggior centro della Bassa a sud di Padova ha dato nome un migliaio d'anni or sono a una famiglia che qui s'insediò e che avrebbe giocato un ruolo di rilievo nella storia. Per un ramo gli Estensi divennero infatti duchi di Ferrara, poi di Modena e Reggio nell'Emilia; per un altro ramo, trasferitosi in Germania prima del 1100, la casa produsse in linea diretta i Braunschweig-Lüneburg.
Le origini dell'abitato risalgono però a tipi ancor più lontani. Per i veneti il luogo dovette essere tra IX e VIII sec. a.C. una specie di capitale fluviale, mantenutasi senza sbalzi apparenti fino alla romanizzazione di sei secoli successivi. Una zona d'ombra circonda invece il periodo tra le invasioni barbariche e l'affermarsi, attorno al Mille, degli Este. Furono loro a volere il primo nucleo fortificato, rifatto dai Carraresi attorno al 1340 e ampliato dopo il 1405 con l'avvento dei veneziani.

Castello
Dal mastio in vetta al colle scende la scenografica cortina a torri voluta dai da Carrara, che, luna pressappoco 1 km, cinge un pendio oggi giardino pubblico. Sulla porzione a valle del complesso, che rispetta l'originario tracciato di Alberto Azzo II Este (1056), i nuovi padroni Mocenigo fecero iniziare nel 1570 un loro palazzo, andato a fuoco a fine '700.
Nell'ala superstite, totalmente ristrutturata, trova posto dal 1887 il Museo nazionale atestino, eccezionale collezione archeologica che si basa sul nucleo civico fondato per impedire che le raccolte dei nobili locali finissero in eredità agli Este e in seguito arricchita dal progredire degli scavi. La sezione preromana documenta la preistoria della città e degli Euganei dal Paleolitico all'età del Ferro esibendo reperti di necropoli; la sezione romana è arricchita da sculture, cippi, fregi, coniazioni, gioie, lucerne e altri oggetti. Una sala espone opere medievali e moderne, tra cui una Madonna col Bambino dipinta nel 1504 da Cima da Conegliano per la chiesa di Santa Maria delle Consolazioni.

Tra piazza Maggiore e il canale d'Este
Dallo spazio principale di Este, su cui affaccia il palazzo del Municipio ricostruito nel '600, i portici di via Principe Umberto avviano alla millenaria San Martino, con facciata a capanna e campanile romanico duecentesco da oltre tre secoli pendente, e a Santa Maria delle Grazie, o Madonna della Salute, sorta nel 1717 su un santuario di tre secoli più antico. All'interno sono una quattrocentesca Pietà a fresco, una tela di Antonio Zanchi e, nell'abside, l'immagine bizantina quattrocentesca la cui fama miracolosa convinse gli Este a erigere la chiesa.
Da piazza Maggiore per corso Matteotti, asse della città trecentesca, si arriva all'ex chiesa di San Rocco (1717) e alla torre di Porta Vecchia o civica, vicino all'omonimo ponte, che fu ricostruita nel 1690.

Santa Maria delle Consolazioni
È detta anche degli Zoccoli, per via delle calzature dei frati, la chiesa, parte di un ex convento minorita trasformato nel 1769 in ospedale, che sorse nel 1504-10; il notevole mosaico pavimentale romano nella cappella della Vergine è venuto alla luce nelle vicinanze; il chiostro adiacente ha colonnine di trachite e capitelli quattrocenteschi.

Duomo
Superato di nuovo il canale di Este su un ponte veneziano e sottopassata la porta San Francesco (1581), ecco il principale edificio di culto cittadino, ricostruito da Antonio Gaspari dopo che nel 1688 un terremoto aveva abbattuto il precedente tempio d'origine paleocristiana. Il grandioso interno a pianta ellittica ha ricca dotazione statuaria e pittorica, tra cui spicca nell'abside la grande pala di G.B. Tiepolo (1759).

 

 Il giro volge al termine dopo un'intensa giornata e ci dirigiamo verso Bologna.